Incontriamo i Foja… un “Sansone” che dà forza con la sua voce.

Cibo, vicoli, paesaggi, mare sono diversi modi con cui raccontare e mostrare Napoli e la napoletanità portando a galla storie di vita e di persone. Le storie sono fatte di parole, immagini, suoni, colori, profumi, sapori immaginati ma ciò che davvero non può mai mancare alla lista degli ingredienti sono le emozioni.
Cos’è che ha, più di qualunque altra cosa il potere di creare, suscitare, trasportare e condividere emozioni? No non sono io ma grazie. Io parlo dell’arte, e l’arte più facilmente fruibile da tutti, più vicina alla gente è la musica. Quindi per la prima volta in questa rubrica, ed è anche la prima volta in generale per me, si parlerà di scultura perché la scultura è …ah no scusate, quella era per un altro articolo…
Ovviamente è la musica la protagonista di oggi e per questo articolo impersonata da Dario Sansone, voce e chitarra dei Foja.
I Foja nascono nel 2006.
La formazione attuale è composta da Dario Sansone (voce e chitarra), Ennio Frongillo (chitarra elettrica), Giuliano Falcone (basso elettrico), Luigi Scialdone (chitarre, mandolini, ukulele e banjo) e Giovanni Schiattarella (batteria). (fonte : http://www.fojaofficial.it) ]
Mi è stata offerta la possibilità ed il piacere di intervistare Dario e allora ho colto al volo questa occasione e l’ho fatto per diversi motivi: ho, innanzitutto, potuto perdere così la mia verginità musicale, come blogger; ho potuto parlare di Napoli con chi attraverso la musica racconta Napoli, la parte dagli occhi lindi; infine ho ascoltato i pensieri sui quartieri spagnoli da chi li vive e ne subisce l’incanto e l’influenza.

L’INTERVISTA

-Quando nascono i Foja?
I Foja nascono 12 anni fa e di quella band originaria restiamo io ed il batterista. Era un momento di discesa della lingua napoletana, in quel periodo pochi cantavano in dialetto ma a me veniva naturale esprimere la mia musica, rock, grunge, in dialetto napoletano.
-La tua passione per la napoletanità, il volere scrivere e cantare in dialetto ti è stata trasmesso da qualche personaggio in particolare? Sei stato ispirato?
Il primo che mi ha influenzato è sicuramente mio nonno, che scriveva poesie, canzoni, faceva la Posteggia da Umberto, una pizzeria a vicoletto Belle donne. In famiglia abbiamo sempre respirato un’atmosfera molto napoletana, legata alle radici. Sono cresciuto guardando i film di Totò e le commedie di Eduardo. Questo humus culturale miscelato alla varietà di musica che negli anni ho ascoltato ha modellato la mia concezione artistica/musicale legata alla napoletanità.
-l cantare in napoletano è un qualcosa che, almeno inizialmente, comporta delle difficoltà, nel senso di poter essere snobbati?
Guarda sono difficoltà che vedono solo i napoletani. Mi spiego meglio: quando si fa qualcosa di onesto e sincero ci si può esprimere in qualsiasi lingua, in napoletano, in giapponese, in inglese, la musica ti arriva comunque al cuore. L’arte è qualcosa di universale che non conosce barriere linguistiche e culturali.
Da Trento alla Sicilia abbiamo sempre suonato la nostra musica, cantato in lingua napoletana senza alcun tipo di difficoltà. Spesso siamo noi stessi che ci chiudiamo nel nostro guscio, circondati da barriere di paure che però vanno distrutte con la forza di ciò ‘ che si fa, ciò che si fa con il cuore.
Credo che quando ci siano delle stroncature iniziali di chi si esprime in dialetto avvengono per via di qualcuno che possa avere paura del successo e del diffondersi di un qualcosa che possa far emergere dei messaggi importanti legati alle radici e alla contemporaneità.
Pensiamo a Massimo Troisi, egli parlava in dialetto ma attraverso il napoletano raccontava la sua città e attraverso Napoli diffondeva sentimenti universali. Ecco perché tuti hanno ammirato ed amato questo artista.
-E voi con la vostra musica raccontate di questi sentimenti universali attraverso Napoli?
È difficile dirselo da soli, posso, però, dire che apriamo il cuore e siamo figli della nostra città per cui è presente, inevitabilmente, nella nostra musica. Cerchiamo di raccontare Napoli attraverso gli occhi di semplici cittadini cercando fare comunità con un pubblico che ci ascolta. Non abbiamo e non possiamo avere la presunzione di studiare le cose a tavolino, di progettare i messaggi che si vogliono lanciare. Per quanto ci riguarda i sentimenti che mettiamo in gioco escono fuori in modo naturale, poi la forza di questi sentimenti è figlia di un grande lavoro di gavetta, abbiamo girato tuti i locali di Napoli perché in quel momento non c’era ancora una forte attenzione su una scena musicale di lingua napoletana legata alle proprie radici.
-Oggi si creano tanti fenomeni usa&getta, soprattutto ma non solo, nel mondo della musica, figli di fenomeni virali da social. Voi che, invece, fate musica sul serio, che potete senza remore considerarvi artisti provate rabbia o delusione per ciò?
Ma no, perché’ ci si deve ‘ntussecà pe sti cose? Quando sei sul pezzo, quando sei concentrato a fare ciò che ti piace non pensi a quello che fanno gli altri. Magari ci può essere la curiosità verso il lavoro altrui ma di certo non ci si può far influenzare dall’ambiente circostante modificando il proprio essere a seconda degli umori esterni. . Ognuno fa quello che vuole e come lo vuole.
Inoltre, i fenomeni di cui parli tu ci sono sempre stati, anche prima dei social perché c’è una tipologia di musica che va incontro al mercato e poi c’è un’altra musica che a volte può sposarsi con le esigenze del mercato pur restando naturale e sincera e altre volte, invece, si scontra con il mercato e si contenta del suo pubblico, di nicchia forse, ma che riesce a far sentire bene ed apprezzato l’artista che a sua volta far star bene il suo pubblico. È una comunione di sentimenti.
-Mi ricordo mio nonno e mio padre che mi ammonivano” Ma che musica ascolti?!?”. Ora che sono ultra trentenne la situazione è ribaltata e guardo con biasimo i gusti delle nuove generazioni. Ho ragione io? Loro? Aveva ragione mio nonno? O non ha ragione nessuno?
Credo che abbiano ragione tutti. Da adulti, per quanto ci si possa immedesimare non si può comprendere a pieno le ragioni di un adolescente, non si può sapere con precisione cosa emoziona un adolescente di oggi. Quindi il fatto che una parte del pubblico odierno si senta rappresentato da alcuni fenomeni musicali fa sì che quest’ultimi abbiamo la loro ragion d’essere. È chiaro che però sono imposti dai media e quindi i ragazzi hanno poca possibilità di scegliere e per questo vanno a seguire quelle che sono le tendenze e la moda ma è un fatto naturale, è un qualcosa che accade per ogni generazione.
-Questa comunicazione virale, legata al mondo dei social, degli smartphone che effetti produce?
Fa sì che si stia perdendo il contato con la realtà che ci circonda, sta venendo a mancare il contatto diretto perché’ preferito quello virtuale che è un mondo dove ognuno può costruire se stesso a proprio piacimento. Vedo ai nostri concerti una marea di smartphone che scattano foto, girano video, trasmettono dirette però nel frattempo non ci si gode il concerto, che hanno anche pagato. Sembra che oggi si faccia qualcosa solo per poterlo condividere sui social mentre, al limite, si dovrebbe scegliere ciò che condividere del momento che si sta vivendo.
-Quale è la Napoli che traspare, o vi proponete di far trasparire, dalla vostra musica?
Beh penso forse a quella formata da bbuoni guagliuni. Vedo tanti occhi belli ai nostri concerti, facce pulite che hanno tanta voglia di riscattare parte della nostra città, da un passato culturalmente nobile. Ed è questo ciò che vorremmo far emergere.
A noi piace raccontare la vita e la vita altro non è che un flusso di emozioni e sentimenti e Napoli rappresenta un contenitore delle umane emozioni. Qui noi sappiamo provare e trasmettere immense gioie così come riusciamo a scavare nel profondo per andar a trovare nascoste malinconie.
-Perché nonostante i tanti problemi tu continui ad abitare ai quartieri spagnoli?
Perché qui è vita, è un magma, un flusso continuo. Questa zona è una finestra sul mondo della specie umana, dove puoi osservare le diverse sfaccettature della personalità dell’essere umano. Puoi’ godere delle manifestazioni dei sentimenti più nobili cosi come puoi indignarti di fronte ai gesti più miserabili. Le contrapposizioni, gli estremi sono qualcosa di importante per un artista poiché gli danno la possibilità di raccontare la vita a 360 gradi.
-Restando in tema quartieri spagnoli: se fossero musica che genere sarebbero?
Forse una musica molto tribale. Ci sono suoni antichi che riecheggiano nei vicoli, canti storici che si tramandano nell’aria, la signora che dal balcone chiama la vicina di casa, come i canti degli schiavi neri che comunicavano tra loro attraverso codici musicali. Poi ci sono suoni più tecno, come il rombo dei motorini sotto il mio balcone (ride). Quindi più che un genere musicale li definirei una stazione radio che trasmette più generi musicali, un flusso continuo di musica senza soluzione di continuità così come il moto perpetuo, senza sosta, di umanità e di vita che rappresenta questa parte della città.
-Negli ultimi anni si è ritrovato un senso si comunità e di appartenenza che forse in un dato periodo è venuto a mancare. Ti chiedo: questo ritrovato orgoglio partenopeo ha fatto sì che nascessero tanti artisti che seguissero la scia oppure è vero il contrario e cioè che sono stati i vari artisti esaltatori della napoletanità a far ritrovare questo spirito un tempo perduto?
Io credo che questo orgoglio e senso di appartenenza non sia mai venuto a mancare. Se pensiamo a quello che è il fenomeno musicale neomelodico, che io considero una rappresentazione molto folk della città, che non ha mai avuto momenti di arresto, allora capiamo che lo spirito di appartenenza e la voglia di comunicare le proprie radici ci sono sempre state.
-Se un tuo amico mai stato a Napoli si trovasse qui di passaggio e ti chiedesse di poter visitare un luogo dei quartieri quale sceglieresti’ dimmene uno solo, il primo a cui pensi.
Lo porterei Largo barracche perché è un luogo vivo, un cesto di umanità.

FINE INTERVISTA

Esisteva una volta la neapolitan power, quella di Pino Daniele, di Tullio De Piscopo, Di Rino Zurzolo, di Enzo Avitabile, esistono oggi, invece, realtà come quelle dei Foja che non si propongono di essere o diventare una nuova neapolitan power ma che forse lo sono già agli occhi di li segue, di chi capisce la loro musica, di chi percepisce i loro messaggi universali.
Quella di diffondere l’orgoglio e la passione per la napoletanità è una missione. No, invece, in realtà non lo è. Chi come i Foja crea qualcosa dalle proprie viscere lo fa a in maniera del tuo autonoma e slegata dall’esigenze del mercato, dalle richieste del grande pubblico, se così non fosse sarebbe impossibile creare un prodotto genuino che riesca davvero a penetrare ed essere assorbito epidermicamente dalla gente. Chi fa arte sul serio la crea senza pensare, crea qualcosa che gli appartiene e che non sia legata al cordone ombelicale del grande pubblico.
Fare musica studiata a tavolino per assecondare il mercato permetterebbe ai Foja di avere un pubblico molto più ampio ma sarebbe molto meno fedele di quello che oggi condivide la loro musica e le loro emozioni.
Fabio De Rienzo