Mario Romano ed i Quartieri Jazz

Il gipsy jazz dei vicoli per i vicoli,anche al di fuori dei vicoli:

Mario Romano ed i Quartieri Jazz

Ho incontrato ed intervistato Mario Romano dei Quartieri jazz, un musicista ma soprattutto un ragazzo dei quartieri spagnoli che ha trovato la sua strada nella comunicazione della napoletanità attraverso la musica.
Un ragazzo cresciuto nei i vicoli, tra Super Santos, motorini e Pino Daniele che ha saputo raccogliere tutti gli aspetti della sua infanzia e adolescenza e trasformarli in carburante per la sua energia musicale.
Mario fa parte del Gruppo musicale “Quartieri jazz” che propongono sonorità in cui si fondono e incontrano in maniera originale il jazz manouche e la tradizione napoletana, nel suo ricco retaggio classico e contemporaneo, creando un nuovo genere, il Neapolitan Gipsy Jazz. Un’intensa attività concertistica ha contraddistinto negli anni il percorso di questo progetto, che negli album appena citati, si arricchisce di illustri ospiti e noti esponenti della scena musicale partenopea quali Joe Amoruso (storico pianista di Pino Daniele), Daniele Sepe, Antonio Onorato, Marco Zurzolo e tanti altri.

Formazioni

Quartieri Jazz duo guitar
Mario Romano/chitarra manouche – Alberto Santaniello/chitarra classica
Quartieri Jazz trio
Mario Romano/chitarra manouche – Gianluca Capurro/chitarra classica
Dario Franco/contrabbasso
Quartieri Jazz Ensemble
Mario Romano/chitarra classica – Luigi Esposito/pianoforte
Ciro Imperato/contrabbasso – Emiliano Barrella/batteria
Quartieri Jazz Orkestrine
Alessandro De Carolis/flauti – Mario Romano/chitarra classica/mandola
Alberto Santaniello/chitarra classica – Luigi Esposito/pianoforte/melodica
Ciro Imperato/contrabbasso – Emiliano Barrella/batteria/percussioni
Special guest Fabiana Martone/voce

-Mario quando ti sei avvicinato al mondo della musica?
Iniziai a studiare musica a 18-19 anni all’accademia Musicisti Associati e cominciai per caso, prima di allora non avevo mai pensato di avvicinarmi alla musica.
Era un periodo di sbandamento e allora un mio amico mi portò in quella scuola di musica dove lui studiava e lì conobbi Paolo Del Vecchio, tutt’ora chitarrista di Peppe Barra, che divenne in seguito il mio maestro.
Prima di allora la musica mi era sempre piaciuta ma non ero mai andato oltre lo strimpellamento e quando vidi Paolo suonare la chitarra ne restai folgorato. Quella fu per me una “sliding doors”, l’episodio che cambiò il mio destino perché il piacere della musica si tramutò in passione e voglia di fare.
In quella scuola ho avuto la mia formazione jazz in quanto li vi erano i migliori maestri della scuola napoletana.
Tutto nasce come una passione giovanile, che diventa quindi poi ossessione, esisteva solo la musica per me, e man mano crescendo si tramuta in perfezione, continuando gli studi al conservatorio, per poi diventare, in età adulta, professione che ora si trasforma in missione.
-Quando nascono i Quartieri Jazz?
Mi ricordo che era il 4 luglio 2007, partecipammo ad in contest a Teano Jazz festival e la grande affluenza di pubblico, c’era letteralmente un castello di gente, ci fece capire che dovevamo continuare a percorrere quella strada.
-Come si può definire il vostro genere musicale?
Abbiamo unito il jazz manouche (o gipsy jazz) alla tradizione napoletana. Ora siamo al secondo disco “le 4 giornate di Napoli” per portare in giro la cultura napoletana.
-Quale la Napoli che traspare o vi proponete di far trasparire dalla vostra musica?
Sicuramente una Napoli anni ’80 che è quella che appartiene a noi del gruppo ma si parte da lì per poi arrivare alla Napoli contemporanea rappresenta fortemente dai nuovi movimenti e fermenti che ci sono in città. Vedi, io credo che negli anni 90/2000 dopo gli Almamegretta l’espressione musicale napoletana abbia subito una battuta d’arresto ma oggi una nuova ventata fresca sta investendo il palcoscenico musicale napoletano e posso citare, ad esempio, I Foja, La Maschera e il corposo gruppo del cantautorato napoletano. A questa rinnovata espressione musicale della napoletanità contribuisce anche quella che è la scena rap napoletana, che a mio parere, escludendo quella americana, sia l’unica che abbia senso di esistere nel mondo rap italiano.

-A cosa si deve questa ventata di freschezza?
È una questione ciclica, c’è un apice, poi un lento discesa ed un crollo e poi da lì si riparte per ricostruire e così via. Oggi viviamo il periodo della rinascita, della ricostruzione. Era inevitabile che dopo la Neapolitan Power ci fosse un periodo di appiattimento ma ciò che conta è il saper ricreare un qualcosa di importante. Napoli è sempre stata un’Araba fenice, quando sembra che sia morta risorge sempre dalle sue ceneri.
-E i Quartieri jazz come contribuiscono a questa ritrovato orgoglio partenopeo?
Noi facciamo concerti sempre nei luoghi d’arte della città. Anche se questo risulta fisicamente molto faticoso, sto semp acciso (ride), perché dobbiamo costruirci il palco o sotto terra, o in un museo o in una chiesa, è un aspetto del nostro modo di fare musica che ci inorgoglisce e ci rende partecipi nella diffusione della napoletanità. Prima ti ho parlato di professione che diventa missione, giusto? Una delle nostre missioni è quella di far riscoprire l’arte che abbiamo qui nella nostra città.
Quando avete deciso di scegliere questa tipologia di location per i vostri concerti?
È anche questa qualcosa nata dalla causalità degli eventi. Il direttore della Galleria Borbonica ci sentì suonare a Procida, dove noi avevamo un ingaggio di 20 concerti. Così volle farci esibire in galleria e li presentammo il nostro primo disco “E Strade ca portano a mare”. Fu all’epoca un gran successo così decidemmo di perseguire quella strada unendo musica ed arte.
È una formula che può essere vincente questa?
Credo di sì, sicuramente è vincente nel nostro progetto di missione divulgativa. Mi ricordo che una volta dopo il concerto fatto alla Casina Vanvitelliana il parcheggiatore abusivo acquistò il cd dei Quartieri Jazz e questa fu una cosa mi illuminò perché’ pensai che eravamo riusciti a penetrare il cuore di una persona del popolino, una persona che evidentemente prima di allora mai aveva pensato di avvicinarsi al mondo culturale. La nostra missione stava sortendo gli effetti sperati.
Progetti futuri?
Quello di portare questa missione anche al di fuori della nostra città.
Quanto Napoli è distante, o vicina (dipende dai punti di vista) A New Orleans? Musicalmente e culturalmente Napoli ha qualcosa in comune con il genere” nero” almeno in termini di passionalità?
Secondo me Napoli raccoglie in sé tutte le musiche e generi. È una città che ingoia il mondo e lo risputa fuori in napoletano e questo è sintomo di una fortissima identità, ed è una vittoria.
Dagli anni ’80 ad oggi come sono cambiati i quartieri spagnoli?
È una domanda complessa. Si i quartieri sono cambiati ma siamo soprattutto noi ad essere cambiati e allora il nostro modo di vedere le cose è radicalmente mutato, divenuto meno istintivo e più riflessivo, per cui le due Napoli, quella degli anni ’80 e quella contemporanea, non possono essere paragonate, almeno da me, perché lo si farebbe con occhi totalmente diversi.
Posso però dire che oggi la citta è molto più bella.
In che senso?
Oggi grazie anche alla comunicazione dei social noi napoletani riusciamo a riscoprire, a conoscere, a valorizzare le bellezze della nostra città, quelle bellezze di cui un tempo ne godevano quasi esclusivamente i turisti. Oggi tutti noi siamo più consapevoli della nostra realtà.

Come dice Mario, musica ed arte possono essere un binomio vincente soprattutto per ciò che riguarda l’amplificazione mediatica delle nostre radici, tradizioni e culture. Abbiamo vissuto sin troppi anni al buio e questi sono e devono essere ora, invece, anni di sole e luce che mettano in risalto ciò che, in realtà, già si risalta da sé perché unico ed inestimabile. Il patrimonio napoletano.
Hanno provato a toglierci luce ma, sempre rifacendomi alle parole di Mario, è una questione ciclica. Il sole sorge, raggiunge lo Zenit per poi calere e tramontare. Poi però risorge.

Fabio De Rienzo