I Quartieri Spagnoli per me. Contro ogni stereotipo.

Quartieri Spagnoli

di Serena Rotondo

È difficile spiegare i Quartieri Spagnoli, molto difficile. In realtà, forse è difficile solo per me. Per me che ci sono nata e cresciuta, per me che, nel corso della mia post-adolescenza, ho tentato di decostruire ogni tipo di stereotipo che li ha avvolti, impacchettati e dati in pasto al napoletano medio. Proprio lui: il primo nemico di Napoli, ma soprattutto, di se stesso. I Quartieri Spagnoli, quindi, sono stati ridotti a uno specchio dei luoghi comuni da sempre legati alla città, in quanto forte espressione della presunta napoletanità. Il punto è che, quando parlo di decostruzione degli stereotipi, non mi riferisco solo alla decostruzione dell’immagine dei ‘napoletani dei Quartieri’“camorristi” e “furbetti” ma soprattutto a quella dell’immagine, piuttosto diffusa e consolidata presso molti cittadini, del quartierano“simpatico”, “passionale”,“carnale” e “abile guidatore”, insomma a quell’individuo che esprime appieno la famosa napoletanità tanto elogiata. Come se la simpatia, la passionalità e la carnalitàfossero caratteristiche necessarie per un napoletano proveniente da uno dei quartieri popolari più controversi della città e, in caso di una loro assenza, quest’ultimo sarebbe considerato “anomalo” o “sbagliato”, come se non svolgesse bene il suo ruolo di napoletano. Come se ci fosse un modo giusto per essere napoletani. Come se nascere ai Quartieri Spagnoli comportasse necessariamente il saper impennare uno scooter. Insomma, tutte queste etichette, positive o negative che siano, hanno contribuito al consolidamento del mio personale astio nei confronti dei luoghi comuni. Perché, diciamocelo, giocare il ruolo dell’intellettuale che critica la visione semplificata del ‘napoletano tipo’ di Così parlo Bellavista è molto soddisfacente. È come se la presa di posizione in sé ci consentisse di stare meglio con noi stessi. In realtà, a stare meglio, è solo l’immagine di noi stessi che mostriamo alla società.

Qualche giorno fa, mentre camminavo frettolosamente per Via Toledo, ho incontrato Peppe, che mi dice: “Serena, ti va di dare il tuo contributo al blog La voce dei Quartieri Spagnoli?”. Io gli rispondo: “Sì certo, cerco di prendere spunto dalla ricerca di campo che sto svolgendo per la mia tesi di laurea”. Lui sorride ed esclama: “non è necessario che tu scriva un pezzo ‘tecnico’, noi vogliamo una voce. Mi interessano i Quartieri Spagnoli dal tuo punto di vista, mi interessa un’altra voce dei Quartieri Spagnoli”. Gli prometto di farlo, lo saluto e continuo a camminare pensando a cosa scrivere.

I Quartieri Spagnoli sono un problema. Molto serio anche. Perché se mi spogliodi tutte le mie riflessioni ragionate di natura (pseudo)antropologica e (pseudo)geografica, finisco per parlare anche io, in maniera piuttosto convinta, della presunta passionalità che caratterizza i quartierani. Perché c’è sempre questa inspiegabile e irrazionale tendenza, da parte nostra, a credere che determinate dinamiche della zona e alcuni suoi peculiari aspetti abbiano quel qualcosa in più che la rende speciale, che ci inorgoglisce in quanto autoctoni, che ci rende più affascinanti agli occhi di chi non ci è nato e cresciuto: “ah, quindi sei dei Quartieri Spagnoli? Allora sei un vero napoletano!”. È la nostra identità ‘pura’ e ben definita a conferirci questa presunta originalità. In fondo, diciamo la verità, un po’ ci piace anche quando la gente, vittima del pregiudizio, storce il naso quando comprende da dove veniamo, perché in qualche modo ci dà inconsapevolmente il permesso di interpretare il ruolo di chi conosce le realtà difficili, la vita vera, anche quando, in fondo, non sappiamo un bel niente.

Io ve l’ho detto che è difficile spiegare i Quartieri Spagnoli. Ma forse è difficile solo per me. Per me che ci sono nata e cresciuta, per me che, a furia di tentare di studiarli e analizzarli, tra un testo accademico e una ricerca di campo, forse, ho dimenticato di percepirli.