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Quel “Ch Ch giuvinò” dal balcone.

A che servono i nomi se ci chiamiamo così.
Sembra proprio non volerla smettere di non chiamarci semplicemente per nome. É un voler accorciare subito le distanze, un entrare in confidenza ad alto impatto, uno stipulare una relazione a prescindere, senza necessità di appartenersi, senza la presunzione di sembrare simpatici. Fraté, fratemo, soré e sorèma, sembrano in procinto di andare in pensione, con loro i più graziosi “fratellino” e “sorellina. Ritrovarsi in gradi di parentela diversa
” ‘o nonno“; per esempio. Come dimenticare il meraviglioso ‘o zi (zio) o semplicemente ‘o pare’ ( parente). Con il gesticolare della mano, per un certo periodo ci stava bene  pure “cumpariell” oppure “cumpagn mi”.
Si é passati da un periodo in cui andava forte definirsi collaboratori o forse qualcosina in più con l’evergreen “”o sò” ( socio).
Omm frisc, Omm Bell…Per sentirsi in forma. “Bello” oppure “Fresco, per evidenti conferme negli anni successivi.
‌”Maestro”, “capo”...Per mantenere le distanze, ma non troppo.
‌Poi ad un certo punto siamo diventati dolcissimi.  Siamo partiti dal bellissimo “sciù sciù” per puntare all’esagerazione . “Vita”; “battito” e “cuore” non sono mai decollati quanto il famigerato “Ammò“.
‌Ci chiamiamo in tutte le maniere ed il nostro nome poco interessa ma quando passi da questi vicoli e senti nell’imperfetto silenzio, l’intramontabile “Ch ch” pronunciato dall’alto di uno dei tanti balconi che affacciano su strada, ci metti qualche secondo prima di capirne la provenienza di questa specie di verso ( che non sappiamo manco trascrivere)  solo quando senti “giuvino’ me vulit fa nù piacere”, allora quel “ch ch” lo definisci musica e vorresti ascoltarlo fino alla noia per crescere e sorridere ancora senza mai smettere di meravigliarti.