Sasà Petrillo: Lo Scugnizzo imprenditore

Un caffè con Sasà. 
Intervista a Salvatore Petrillo,  ideatore di caffè Toledo. 
Quando si scrive tanto per un blog di argomenti vari, a volte impegnativi, allora comincia a formarsi in testa l’idea di fermarsi, di dire basta.
Io dico basta, basta per le prossime ore, agli articoli sul cibo, adesso è l’ora di un caffè.
Salvatore Petrillo, meglio conosciuto come Sasà del caffè, creatore del marchio Caffè Toledo è il protagonista di questa intervista in cui racconta come uno scugnizzo diventa imprenditore senza tagliare il cordone ombelicale con le sue origini e il suo modo di essere.
L’INTERVISTA
-Da quanto tempo sei nel settore caffè?
Ho cominciato 12-13 anni fa a vendere cialde, installare macchine in comodato d’uso e a fare a assistenza per enti pubblici e privati
-Quando, invece, prende vita Caffè Toledo?
Nel 2016 nasce il progetto caffè Toledo. Era un mio sogno avere un marchio mio, che poi ho registrato. Pensavo di creare un marchio che riprendesse il mio cognome ma un giorno mentre ero a Via Toledo guardando l’insegna con il nome della strada cominciai a riflettere. Cominciai a “giocare” graficamente con un’app sullo smartphone ricreando un logo in stile vintage con immagine d’epoca di via Toledo e quello che ne uscì fuori fu una combinazione grafica che mi fece innamorare. Li decisi: doveva essere “caffè Toledo”.
Quindi la scelta del nome del marchio è dipeso da una questione fonetica e grafica?
Si è così, ma è dipeso anche da una questione di legami. Come ti ho detto volevo creare un marchio che mi rappresentasse e infatti inizialmente avevo pensato al mio cognome. Il nome Toledo è qualcosa che identifica le mie radici, i mei affetti e le mie origini poiché io sono dei quartieri, abito ai Gradini di san Liborio.
Volevo vendere il mio caffè per tutto il quartiere ma al contempo volevo rappresentare quest’ultimo e fare per esso qualcosa di buono.
-Mi spieghi come fai a creare il tuo caffè?
Il caffè è stato scelto da me ed è formato da varie miscele provenienti da diversi paesi nel mondo e viene poi macinato, tostato e confezionato da un’azienda di torrefazione che si trova nel salernitano. Mi fido molto dei collaboratori di quella azienda dato che operano in questo mercato dal 1948 e hanno il mio stesso spirito lavorativo.
-Cosa ti proponi per il futuro?
Nel futuro prossimo mi prefiggo, dopo aver inondato i quartieri con il mio caffè, di aprire uno shop che vada a rispecchiare quell’immagine vintage proposta dal logo che tanto mi ha ispirato. Soprattutto vorrei vedere il primo bar Caffè Toledo nascere nei pressi, appunto, di Via Toledo.
Vorrei che la strada del mio marchio e dei quartieri spagnoli andassero in parallelo, sarebbe bello se un giorno il Caffè Toledo, inteso anche come bar, possa essere un segno di riconoscimento bilaterale per i quartieri. Un caffè realizzato da uno scugnizzo di questi vicoli apprezzato anche da chi di questi vicoli non è, questo è l’obbiettivo.
-Un ragazzo giovane come te in che tipo di difficoltà può andare in contro nel realizzare un progetto commerciale, soprattutto, in una zona considerata “a rischio”?
Ad essere sincero io non ho avuto alcuna difficoltà per quanto riguarda il mio quartiere ma anzi sono orgoglioso di dire che sono sempre stato sostenuto ed apprezzato e l’affetto e gli attestati di stima che ho ogni giorno ricevuto sono stati e sono il miglior coadiuvante per il mio spirito e la mia voglia di fare.
-Di quali benefici potrà godere il quartiere di una tua futura crescita di immagine e professionale?
Sicuramente ci sarà lavoro per qualche ragazzo giovane che, come me, ha voglia di fare e soprattutto mi piacerebbe trasmettere agli altri la passione che ho per il mio lavoro, per il quartiere e per la mia famiglia. Sono tre punti cardini che vanno tra loro in correlazione ma mai in competizione, ci deve essere spazio per tutto e tutti.
Voglio creare un brand ma un brand localizzato e soprattutto radicato che possa mettere in buona luce tutti i quartieri spagnoli e far in modo che la mia attività, insieme alle tante altre che si stanno formando o sono già consolidate, diventi un’attrattiva per turisti o napoletani che ancora o non apprezzano questi luoghi. Sarebbe un modo per portare i quartieri fuori dai propri confini.
-Cosa rappresentano i quartieri per te?
Sono come un organo essenziale del mio corpo e quando mi trovo al di fuori di essi la mancanza di questo organo si fa sentire duramente, non riesco ad essere più davvero me stesso, devo adattarmi. Fuori da qui è come se dovessi avere per vivere una bombola d’ossigeno, mi permette di respirare e vivere, è vero, ma sono vincolato. Qui invece respiro liberamente. Ecco, i quartieri sono i miei polmoni.
-Stanno cambiando i quartieri rispetto agli ultimi anni?
C’è un cambiamento netto che lo si vive, lo si sente a pelle. L’aumento del flusso di turisti anche in queste zone fa sì che stiano nascendo tante attività, di ristorazione e non solo, e al contempo ciò crea un numero sempre maggiori di attrazioni per turisti. È un circolo vizioso, un bel circolo vizioso. Vedere il mio quartiere popoloso e popolato di turisti mi riempie di orgoglio.
Tutto questo sta facendo in modo che il quartiere stia ritornando ad essere quel quartiere vivo, circondato da un’atmosfera familiare, che era un tempo. Non più una zona a fasce orarie, nessuna paura dopo il tramonto ma libertà e sicurezza anche a notte fonda.
Anche gli stranieri che da anni hanno cominciato ad abitare questi vicoli stanno facendo la loro parte. Razza, religione e tradizioni contano poco e se una ha voglia di mettersi in gioco, di lavorare e integrarsi al territorio allora è degno di rispetto. Grazie a questo tipo di persone tanti angoli dei nostri vicoli che erano rimasti al buio per tanto tempo ora hanno ripreso luce grazie anche alle loro attività, quelle che prima, un tempo erano gestite dai volti storici dei quartieri.

-Ultime domande di rito: se avessi un amico che mai ha visitato Napoli e trovandosi qui di passaggio ti chiedesse di fargli fare un giro turistico, tu dove lo porteresti?
A mangiare da Nennella perché è uno spettacolo, una situazione, massima espressione folkloristica che abbiamo solo qui.
-E se invece questo tuo amico fosse un napoletano che però non ha mai visitato i quartieri spagnoli?
Gli farei girare tutti i vicoli in sella al mio scooter.

FINE INTERVISTA
Il caffè qui a Napoli mette d’accordo tutti, o quasi, basti che sia vero caffè, che sia napoletano. Il solo profumo che inonda ed investe l’aria è un fenomeno di trasmissione immediata di napoletanità, chi si trova nell’occhio di questo ciclone aromatico non può che diventare, anche magari solo per qualche secondo, un napoletano viscerale.
Dopo l’intervista a Sasà, realizzata nel laboratorio Miniera di Salvatore Iodice, ci riuniamo tutti in cerchio, come un antico rito tribale, per provare il caffè Toledo.
Qualcuno parla tra sé, altri discutono animatamente tra loro, io ripenso all’intervista e al mal di testa provocato dallo sforzo di ascoltare e recepire le parole di Sasà accompagnate da un “rilassante” sottofondo musicale regalatomi dalla sega circolare di Iodice.
Il caffè viene diviso in singole porzioni in bicchieri monouso di plastica, gli altri continuano a parlare tra loro, parlano, parlano e parlano (ma che avranno da dirsi? Loro non hanno mal di testa?). Ora ognuno ha il suo bicchierino, lo guardiamo, cerchiamo lo zucchero. Si continua ancora a parlare. Il caffè viene inzuccherato e mescolato. Si gira, si gira e si parla. Si sollevano i bicchierini. Non si parla più. Avvicino il bicchierino al volto, il naso ne valuta l’aroma sprigionato, la mano con fare esperto fa ondeggiare impercettibilmente il bicchiere per valutarne la consistenza cremosa, è un gesto nato da un’autonomia ancestrale. L’ultimo passo spetta alle labbra. Serrate e protese in avanti. Solo una piccolissima fessura tra esse fungerà da tramite tra il mio corpo ed il caffè. Ci si protegge dal calore ma soprattutto è una forma di rispetto. Il caffè, se napoletano, è sacro, allora lo si sorseggia goccia a goccia perché non vi deve esser fretta nell’amore. Sono attimi di piacere e devozione, il tempo si ferma. La prima goccia attraversa la mia bocca. Si è napoletano.
“Ma voi napoletani state sempre a bere caffe?!?. Si per noi il caffè è un rito e nuje tant ce ne pigliamme , nu rito.

Fabio De Rienzo