Una nuova voce pe’ ce fa ‘nnammura’ di questi vicoli?

Intervista a Michele Sellillo, voce melodiosa dei quartieri spagnoli.
“Un battito tribale risuona come non ce n’è…” direi, parafrasando una frase di una gettonatissima canzone degli anni ’90 di Raf, per poter descrivere i quartieri.
Se ti addentri in questi vicoli, se appoggi l’orecchio al manto stradale, e ti concentri, neanche tanto bene, anche giusto un attimo appena, allora puoi riuscire a sentire chiaro quegli antichi suoni tribali che caratterizzano questa zona, che in generale cantano Napoli da sempre. Suoni e sonorità antiche, più vecchi del quartiere stesso, antecedenti anche a Napoli, un big bang della napoletanità.
Parlo dei suoni delle urla di una mamma che chiede l’attenzione dei propri figli, delle richieste della dirimpettaia ai vicini di casa, parlo del vociare chiassoso dei bambini giocosi, del canticchiare dei lavoratori, penso alle urla di dolore, strazi che dalla gola arrivano sino al cielo, penso anche alle urla di gioia che in quanto a intensità ricordano quelle di dolore ma si espandono orizzontalmente anziché in verticale.
L’espressione emotiva napoletana è rappresentata soprattutto da questa caratteristica inimitabile sonorità che nel corso degli anni dai vicoli ha impiantato il seme nella musica degli artisti nostrani. È stato questo un percorso facile ed immediato poiché la comunicazione popolare napoletana può essere definita un canto atavico, d’altronde la musica nasce proprio dalla necessità di poter comunicare in un particolare contesto.
Dai canti antichi alla musica contemporanea, questo l’argomento di oggi. Il protagonista? Michele Selillo, una voce nuova dei quartieri spagnoli che racconta e vuol raccontare i sui vicoli attraverso le sue sonorità e i suoi sentimenti. Ricordo che per raccontare la nostra città non c’’e bisogno sempre e comune di nominarla, i sentimenti universali la rappresentano già a pieno.

L’INTERVISTA
Quando Michele inizia ad avvicinarsi al mondo della musica?
Avevo sei anni quando in tv davano un programma condotto da Fiorello, il karaoke, che mi teneva incollato allo schermo e mi faceva fremere tutto. Fu già a quei tempi che capii che nel mio sangue i globuli rossi oltre che a trasportare ossigeno per il mio organismo lo inondavano di diesis e bemolle. Lo capirono anche i miei genitori che mi regalarono un impianto casalingo per il karaoke con il quale io e mio sorella Laura ci divertivamo a registrare canzoni su musicassetta.
Poi crescendo ho preso parte a spettacoli studenteschi, a festival, feste di piazza, man mano ospitate televisive e via dicendo.
Ho girato tanto la Campania, soprattutto la zona di Napoli nord mentre poche volte ho avuto la possibilità di esibirmi nella mia città e soprattutto nel mio quartiere.
A 18 anni ebbi una grande occasione, dopo tanti provini, e cioè quella di poter partecipare alla prima puntata della trasmissione televisiva Amici di Maria De Filippi.
Dopo presi parte ad uno spettacolo teatrale che aveva la direzione artistica di Beppe Vessicchio e quell’esperienza mi fece capire che potevo affiancare all ‘attività canora quella di attore e quindi decisi di studiare recitazione e questo mi ha dato la possibilità di poter fare spettacoli da cantante-attore.
Ora sono impegnato con le mie tournée teatrali e devo dire, e lo faccio con grande gioia e un pizzico di vanto, che il pubblico che mi sostiene e mi segue è via via più numeroso e questo non fa che aumentare la mia forza e la mia voglia di continuare su questa strada.
Il tuo ultimo brano “Pe’ ce fa ‘nnammura’”, come nasce?
È il primo brano che scrivo in napoletano ed è una canzone nata come omaggio a mia nipote Gaia, che sta per venire al mondo. Per cui è una canzone che racconta di un amore pulito, sano, che è anche leggero poiché è qualcosa di naturale, di immediato che non ha bisogno di artifizi lessici e sentimentali per essere spiegato, si spiega da sé.
Scrivere in napoletano è più’ difficile che farlo in italiano?
Ho scoperto che scrivere in napoletano mi fa veramente bene perché mi permette di esprimere quel che ho dentro in un modo più diretto ed immediato perché il nostro dialetto, la lingua napoletana ha una musicalità e soprattutto una forza espressiva molto elevata ed è per questo che molte cose tradotte dal napoletano all’italiano perdono di intensità ed espressività. È come se il nostro dialetto non fosse qualcosa di elaborato dall’uomo ma piuttosto una sonorità espressiva intrinseca dell’umano spirito, un canto tribale nato la notte dei tempi.
Continuerò a comporre e a cantare in napoletano perché al di là delle mie passioni intestine io vedo che la mia canzone sta cominciando a piacere e a girare per i vicoli, soprattutto per i vicoli del mio quartiere, dei quartieri spagnoli e questo per me è davvero motivo di orgoglio e di vanto. Si, è vero, contano tanto anche altre cose, soprattutto nella carriera di un cantante, ma l’essere apprezzato e decantato nel quartiere di appartenenza è ciò che ti spinge ad andare avanti nel prosieguo di questo percorso, è qualcosa che la notte ti fa appoggiar serenamente la testa sul guanciale. È un amore biunivoco: il quartiere comincia ad amare me ed io, che l’ho sempre amato, con la mia musica porto un po’ di luce tra questi vicoli. Con la mia arte voglio far trasparire la vera immagine, pulita e solare, di Napoli e dei quartieri spagnoli
-Parliamo appunto di questo. I personaggi più di spicco che operano qui ai quartieri spagnoli, che attraverso il loro lavoro o la loro arte o le loro imprese sono riusciti ad accumulare un discreto successo e seguito mediatico, secondo te, sono riusciti a portare i quartieri in giro per il mondo, e quindi a far conoscere a tutti l’immagine più pulita della città, oppure invece hanno aperto i cancelli dei quartieri a tutto il mondo per mostrargli la vera essenza di questi vicoli nella loro quotidianità?
Io credo che siano vere entrambe le cose poiché spesso quotidianità ed immagine pulita coincidono, anzi, ti dirò che il bello della nostra città sta appunto nelle piccole cose, nei gesti quotidiani, nel lavoro della gente onesta, nei visi puliti dei bambini. Pensiamo, ad esempio, ad un personaggio come Salvatore Iodice che, dopo un passato difficile, oggi costruisce giorno dopo giorno un pezzettino via via migliore del nostro quartiere e della nostra città, e le sue attività fungono da esempio a tutti i giovani e giovanissimi.
-I bambini ed i giovani soprattutto recentemente sono spesso protagonisti di notizie di cronaca che riguardano la città ed il quartiere. Parliamo del” fenomeno” baby-gang.
Innanzitutto sento il bisogno di dire che ciò che traspare dall’informazione nazionale è un’intera generazione di bambini tutti membri di gang. Sappiamo bene che non è così, abbiamo parlato prima della faccia pulita di questi vicoli e di chi da loro il buono esempio. È vero che ci sono tanti bambini a rischio ma per lo più si tratta di bambini che altro non fanno che scimmiottare quello che è il comportamento degli adulti, quindi se c’è qualcuno che sbaglia non è certo da ricercare nei più piccoli. Prendiamoci noi adulti la responsabilità di ciò fanno i bambini. Bisogna dare loro esempi e spazi. Devono potersi sentire davvero bambini.
-Probabilmente nella diffusione di auna certa tipologia di notizie strumentalizzata è dovuta anche ai social ma c’è anche un aspetto positivo di mezzo di comunicazione?
Assolutamente sì, io credo tantissimo nel potere comunicativo dei social. Io stesso all’inizio ho utilizzato gli strumenti messi a disposizione dai canali social per poter diffondere la mia musica e condividerla con la gente, con il popolo. Come me tantissimi artisti, non solo nel campo musicale, imprenditori, pensatori, diffondono le loro idee, la loro arte, i loro pensieri e il loro lavoro nel mondo virtuale e ciò ha fatto conoscere le tante storie belle della nostra città, cosa che prima, quando l’informazione era monopolio delle emittenti nazionali, accadeva di rado, se accadeva.
-Musicalmente parlando, quali sono i nomi o il nome che più accosteresti a quello dei quartieri spagnoli?
Sicuramente quello di Pino Daniele e anche quello di Eduardo De Crescenzo. Due scugnizzi, due artisti eccelsi che si sono formati per strada e ed è per questo che rappresentano a pieno lo spirito della napoletanità.

-Ipotizziamo: hai un amico che non ha mai visitato Napoli e trovandosi qui di passaggio ti chiede di accompagnarlo a visitare un luogo di questa citta, uno solo. Dove lo porti?
Dove lo porto? In nessun luogo preciso: lo porto a perdersi tra i vicoli dei quartieri spagnoli.
-I tuoi sentimenti per questo quartiere saranno dimostrati anche dai fatti? La tua musica viaggerà in parallelo con la crescita di questi luoghi?
Alla soglia dei 30 anni ho capito una cosa: io voglio RIPARTIRE da qui

FINE INTERVISTA

– “Hai mai ascoltato qualche mio brano, no?”
– “beh, in verità prima di venire qui per intervistarti ho ascoltato il tuo ultimo brano…”
– “E…?”
– “Non so se ti farà piacere la cosa, se può renderti onore o non so, ma …”
– “Ma? Su dimmi!”
– “Beh ascoltandoti direi che ricordi molto…”
– “Sal? Si me lo dicono in tanti e mi fa piacere”

E’ iniziata così la mia conoscenza con Michele e non mentivo affatto, la sua voce calda e melodiosa ricorda molto quella di Sal Da Vinci. Non solo la vocalità, anche la forza espressiva ed interpretativa, nonché il filone armonico, lo avvicinano molto al cantautore protagonista, tra l’altro, di Scugnizzi.
In bocca al lupo Michele e ricorda la promessa di viaggiare, sempre, insieme ai quartieri spagnoli.